La Grande Italia dei Tiranni

Terzo Capitolo della serie di articoli scritti nell’ambito della mostra

“La Roma dei Re”

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Tempio di Iuppiter Optimus Maximus

 

La felice espressione “La Grande Roma dei Tarquini“, coniata per sfatare il mito della povera e arretrata Roma dei Re, può essere utilizzata anche per altre grandi città della penisola italiana durante il periodo arcaico (600-480 a.C. circa).

 

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Cavaliere Rampin, Ippia figlio di Pisistrato?

Infatti il VI secolo a.C. fu un secolo di forti sconvolgimenti, sia fisici che politico-sociali: le colonie greche avevano ormai popolato il Sud Italia; Roma e i Latini occupavano il Lazio centrale; gli Etruschi il Lazio settentrionale e parte della Toscana e Umbria. Lo sviluppo improvviso delle città, realtà nate in Italia da poco tempo, provocarono forti squilibri sociali. Questo è il periodo della cosiddetta “riforma oplitica” e della crisi delle aristocrazie: i nobili, proprietari terrieri, non riuscivano più a contenere le proteste dei commercianti, i quali si erano arricchiti anche più di alcuni nobili, ma che non avevano accesso alle cariche pubbliche. In questo periodo di forte crisi, alcuni grandi uomini, sempre facenti parte delle aristocrazie, si fecero promotori dello scontento del popolo e di queste classi “medie”, e grazie al loro sostegno presero il potere assoluto nelle città. Nacque così  la figura del Tyrannos, il Tiranno.

 

Riformatori, committenti di grandi opere pubbliche, questi uomini presero potere in grandi città. In età arcaica i grandi tiranni dell’Italia centrale di cui abbiamo testimonianza sono tre: “I Tarquini” a Roma, ma io preferisco il solo Servio Tullio (per motivi che magari spiegherò in un altro articolo), Aristodemo a Cuma, prima colonia greca in Italia e grande porto della Campania in età arcaica, e Thefarie Velianas a Caere, l’odierna Cerveteri.

Per tutti e tre questi grandi riformatori, abbiamo testimonianza, sia archeologica che scritta, di grandi attività edilizie, con la costruzione sia di templi monumentali, sia di grandi opere pubbliche, soprattutto dal punto di vista idraulico.

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Thefarie fu attivo in modo particolare nel porto di Caere, Pyrgi. Il porto è per eccellenza il luogo della “middle class”, dei commercianti, di quei cittadini esclusi fino all’arrivo del Tiranno, e non è un caso che Thefarie si concentri proprio in questo punto. Vedere le lamine d’oro per comprendere la portata dell’intervento del tiranno.

 

Servio stesso, a Roma, si concentrò nell’area di San Omobono, nel foro boario e olitorio, “il foro degli esclusi”: la Roma “bene” andava al foro romano. Aristodemo a Cuma, oltre a vari templi, costruì mura mastodontiche (ma davvero? le mura serviane vi ricordano qualcosa?) e opere idrauliche ( vedasi sempre Roma, Cloaca Maxima).

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Mura Serviane, stazione Termini

Quali fossero i rapporti di scambio di saperi e tecnologie è complesso dirlo, ma ci si proverà, in futuro. Intanto sempre Tito Livio ci viene in soccorso sui rapporti che intercorrevano tra queste “famiglie”. Secondo lo storico il Superbo, scacciato da Roma, riparò prima a Caere, che lo allontanò in seguito, essendo alleata di Roma, e una volta sconfitto definitivamente, si rifugiò a Cuma, dove morì. Ora, sia a Caere che a Cuma noi non siamo sicuri dell’effetiva presa del potere avvenuta da Thefarie e Aristodemo. A Caere sembra improbabile, visto che le lamine sembrano parlare di un periodo vicinissimo al 500 a.C., e Tarquinio fu scacciato nel 509. Anche per Cuma la stessa situazione: Aristodemo prese il potere molto probabilmente dopo la battaglia di Aricia, nel 503, troppi anni dopo la cacciata di Tarquinio. Inoltre sullo stesso Tarquinio aleggia l’ombra dell’uccisione di Servio Tullio, vero Tiranno di Roma. Insomma la situazione è troppo complessa. Una piccola supposizione però può esser fatta: Caere non rimase neutrale nello scontro tra la Repubblica romana e Tarquinio il Superbo, con Veio e Tarquinia al seguito, per rapporti col Superbo, ma per una scelta politica,  tirannica o meno.

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Eracle e Atena, Tempio di Sant’omobono
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